18 Aprile 2020

SOSTENIBILITA’ DELLE RELAZIONI UMANE.

Nei miei workshop, sia con studenti che con manager, utilizzo spesso questa espressione e, proprio in questo periodo di iper informazione, desidero fermarmi un attimo ed esplorare il significato che ha per me “essere sostenibili nelle nostre relazioni”.

Mi piace parlare di sostenibilità delle relazioni umane che per me significa allenarci a rimanere “umani”, capaci di autentica vicinanza agli altri anche in situazioni difficili e conflittuali mediante l’espressione di emozioni, della comunicazione non verbale e di atteggiamenti empatici.

Ma come si fa? Da dove partiamo?

Provo di seguito a ripercorrere i punti per me importanti.

1. Sono io che mi spiego male… o sei tu che non hai capito’?

Quante volte ci troviamo in questa situazione? Al lavoro, con i pari, con i collaboratori, con i nostri responsabili… a casa, con la nostra famiglia e vi dico la verità, a me succede anche con i miei cani! Sia nella comunicazione orale che scritta spesso succede che non ci capiamo.

2. Cosa vuol dire COMUNICARE?

Partiamo dalla base, ovvero dalla definizione.

In senso ampio, comunicare vuol dire trasmettere informazioni ad altro o ad altri.

In senso più proprio, vuol dire rendere partecipe qualcuno di un contenuto.

Prendiamo il caso più semplice:

“A” trasmette un messaggio, “B” lo riceve.

Questo implica una relazione tra “A” e “B” giusto?

Dove “A” trasmette un contenuto, e “B” lo riceve dandogli un significato, collegando le parole ad immagini di riferimento, avviando un processo di comprensione.

Se invece “A” ci comunica le previsioni del tempo in TV, si tratta di trasmissione, ovvero non implica un’interazione con gli ascoltatori. La comunicazione è univoca, chiara, e rispetta un codice: simboli, parole e gestualità facilitano la comprensione, che non lascia spazio all’interpretazione. La fonte può essere più o meno affidabile, ma la trasmissione stessa non genera fraintendimenti.

Quando siamo coinvolti in una relazione è più complesso, vero?

3. Che cos’è l’EMPATIA?

L’EMPATIA è una rispettosa comprensione di ciò che gli altri provano. Vuol dire mettersi nei panni dell’altro.

Ti suggerisco di ascoltare questo pezzo di Niccolò Fabi.

Invece di offrire empatia, spesso abbiamo un forte impulso a dare consigli o rassicurazioni e a spiegare la nostra opinione o i nostri sentimenti personali.

L’empatia, invece, ci chiede di svuotare la nostra mente e di ascoltare gli altri con il nostro intero essere (orecchie, cuore, corpo).

A prescindere dalle parole, impariamo ad osservare: i sentimenti, i bisogni e le richieste che gli altri esprimono con il non verbale.

Siamo sicuri a questo punto di avere davvero capito l’altro? Hai mai provato a riformulare quanto hai compreso, riepilogando con le tue parole? In questo modo diamo agli altri la possibilità di esprimere completamente loro stessi prima di volgere la nostra attenzione alla soluzione o all’offrire loro aiuto.

Per dare empatia abbiamo bisogno di empatia.

Quando ci accorgiamo di stare sulla difensiva o di essere incapaci di empatizzare, allora dobbiamo: fermarci, respirare, dare empatia a noi stessi, esprimere i nostri sentimenti con onestà e

prenderci del tempo.

4. Come possiamo allenarci a COMUNICARE con EMPATIA?

Tra i tanti approcci presi in considerazione, ti propongo quello della comunicazione non violenta.

Questo modello mi piace perché può essere adattato ad ogni situazione: dalla famiglia, all’azienda, alle comunità.

Osservo l’ambiente esterno senza valutarlo, lo osservo e basta. E’ diverso da giudicare!

Quando esprimo un giudizio (sia positivo che negativo), metto l’altro in posizione di difesa, non di ascolto.

Mi ascolto, come sto? Cosa provo? Parto da me e… non è un gesto di egoismo! Mi assumo la responsabilità di come sto, riconosco i miei sentimenti.

Di cosa ho bisogno? Questo lo posso sentire solo se sono in contatto con i miei sentimenti.

C’è qualcosa di specifico, in questo preciso ambiente, in questo momento, qui e ora, che potrebbe farmi stare meglio? Quali azioni concrete possono arricchire la mia vita? Imparo a fare richieste specifiche.

5. Cosa blocca l’ EMPATIA?

Cosa ci porta a comunicare in un modo che ferisce gli altri e noi stessi?

IL GIUDIZIO. Giudicare gli altri, considerandoli come coloro che non agiscono in armonia con i nostri valori, ci impedisce di sentire ciò che provano.

CLASSIFICARE e FARE PARAGONI. Le analisi che facciamo sugli altri in realtà sono espressione dei nostri stessi bisogni e valori. E’ più facile criticare quello che gli altri fanno e dicono, che non esprimere in modo chiaro la nostra opinione basata sui nostri reali bisogni.

Ogni volta che “diamo la colpa a lui/lei” in realtà neghiamo la nostra RESPONSABILITA’ personale, i nostri bisogni, i nostri sentimenti, i nostri pensieri.

Blocchiamo l’empatia anche quando esprimiamo i nostri bisogni sotto forma di PRETESE.

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Nel mio lavoro l’empatia è fondamentale, se non riuscissi a mettermi nei panni dell’altro non potrei essere d’aiuto, giusto?

Nei tre anni di formazione in Counseling in Gestalt e Bioenergetica ho imparato che, prima di entrare in relazione con l’altro, devo essere ben connessa a me stessa: prendere atto del contesto in cui mi trovo, sentire i miei bisogni, riconoscere le mie emozioni. Ci sono giorni in cui mi sento nervosa, quindi riconoscere il mio livello di irritazione, e a volte dichiararlo al cliente, mi permette di rimanere pulita nella nostra relazione.

Se non me ne rendessi conto e non lo comunicassi alla persona che ho davanti, non mi assumerei la responsabilità del mio stato e lascerei che sia l’altro a interpretare il mio atteggiamento. Siccome non possiamo sapere quali strumenti ha l’altro per interpretare e capire il nostro messaggio, la cosa migliore da fare è assumerci ogni responsabilità di quello che diciamo, incluso il modo ed il tono.

Sarò sincera: se nelle sessioni di Counseling entrare ed uscire nei panni degli altri mi riesce abbastanza bene, non posso dire lo stesso nell’insieme delle mie comunicazioni quotidiane con amici e familiari. Rimanere sempre centrati è faticoso, richiede moltissimo lavoro e costante allenamento. Il solo rendersene conto è un buon passo, ma non è sufficiente.

Buon cammino.